proteine animali: cibo spazzatura

La proteina animale è una proteina di seconda mano, in quanto l’ erbivoro di cui  ci nutriamo, ha assimilato le proteine dalle piante, ed oltre a questo, c’è da considerare l’enorme dispendio di energia e di risorse naturali, parliamo in termini pratici: il grano o il granturco fornisce 22 volte per caloria di proteine di un combustibile fossile del manzo prodotto con i sistemi di alimentazione moderni. I fagioli di soia sono 40 volte migliori, in termini di energia, rispetto all’attuale carne di manzo E VISTO CHE CI SI ASPETTA  CHE QUALCUNO POSSA DIRE CHE SONO LEGGENDE METROLPOLITANE DICO LA FONTE  (font david Pimental, Ricercatore della Cornell University )non andate a googlerare solo dove vi si conviene!

continuo:

-ogni persona che passa ad una dieta di vegetali salva una porzione di foresta di 3000 metri quadrati

-La quantità media utilizzata da un vegetariano è di circa 5 litri, cioè il 25% della quantità necessaria per soddisfare una dieta standard occidentale; la quantità media utilizzata da un vegano è di circa 1,350 litri…

-85% della perdita della superficie del suolo negli USA è collegata direttamente alla produzione di bestiame

-una riduzione anche soltanto del 10% della produzione di bestiame negli USA, basterebbe per sfamare 60 milioni di persone.

(fonte: libro Guarire il pianeta di Edward Esko)

POLLI:

Cosa mangiano i polli italiani negli allevamenti intensivi?
Il mangime è principalmente costituito da mais e altri cereali. In più vi sono degli integratori a base di sostanze grasse per favorire la crescita. Anche l’olio esausto, l’olio dai motori delle macchine usato, è ammesso nella dieta dei polli
Italiani, che sono considerati come dei “grandi riciclatori”. Molti sottoprodotti sono  quindi permessi. Per quanto riguarda mais e soia ogm nei mangimi, non c’è obbligo di etichettatura poi nel pollo. Bisogna dire che chi mangia carne ha una forte possibilità di mangiare proteine , proprio perché negli allevamenti non biologici l’uso di mangimi geneticamente modificati è permesso.

I polli da ingrasso sono tenuti liberi in capannoni affollatissimi, per ogni animale lo spazio disponibile è di 20-30 cm quadrati. In 38 giorni gli animali raggiungono il peso ottimale per la vendita, un peso enorme raggiunto in troppo poco tempo, così che la struttura ossea non riesce a rinforzarsi a sufficienza per reggerlo

Illuminazione artificiale che li tiene 24 ore su 24 alla luce e densità di 15-20 polli per metro quadro… Animali così stressati saranno anche più deboli…
L’illuminazione artificiale tende a creare un’atmosfera uniformemente “grigiastra” , perché se ci fosse troppa luce sarebbero acuiti i fenomeni di cannibalismo. In queste condizioni la mortalità degli animali è comunque alta, ma il loro valore commerciale è così basso da non preoccupare particolarmente l’allevatore.  A 45 giorni vengono ammazzati, mentre in natura potrebbero vivere fino a 7 anni.

GALLINE OVAIOLE:

Negli allevamenti che producono galline ovaiole, i pulcini maschi (inutili al mercato in quanto non in grado di produrre uova, né adatti alla produzione di carne di pollo) sono gettati vivi in un tritacarne, o soffocati in buste di plastica, o schiacciati in apposite macchine per diventare mangime(quindi cannibalismo…), mentre a quelli femmina viene tagliato il becco per impedire loro di beccare a morte le compagne. Questa procedura, che comporta il taglio di tessuti teneri simili alla carne che gli umani hanno sotto le unghie, è così dolorosa che molti pulcini muoiono per lo shock. Inoltre, questa operazione lascia spesso scoperti i terminali nervosi presenti nel becco, determinando così un dolore continuo per tutta la vita dell’animale.

Non appena la produttività delle galline diminuisce sotto il livello fissato, di solito dopo 2 anni, sono sgozzate per diventare carne di seconda scelta.

TACCHINI FAGGIANI OCHE:

Le oche sono ancora più sfortunate, perché vengono sottoposte al “gavage”: immobilizzate, vengono ingozzate con un imbuto fino a che il loro fegato si spappola, per produrre così il famoso “paté de foie gras”. Anche i fagiani sono allevati in batteria, per poi essere liberati e poter servire da bersaglio ai cacciatori, o, nella migliore delle ipotesi, ai predatori che si trovano nelle riserve di caccia. Se non uccisi da cacciatori o predatori, muoiono ugualmente dopo pochi giorni perché non sanno procurarsi il cibo da soli.

PESCI DI ALLEVAMENTO:
Non ci piace quello che Madre Natura ci passa. Questa è una fabbrica di pesce.” –Bill Evans, vice presidente di Mariculture Systems Inc., una azienda produttrice di salmoni (Citazione tratta dal The New York Times del 1 Marzo 1997)

L’Acquacoltura (l’allevamento di pesci in un ambiente controllato) è diventata un’industria da svariati milioni di dollari. Quasi metà dei salmoni, il 40% dei molluschi ed il 65% dei pesci di acqua dolce consumati al giorno d’oggi, trascorrono la maggior parte della loro vita in cattività. Il National Fisheries Institute (Istituto Nazionale delle Industrie della Pesca) definisce l’acquacoltura “uno dei settori dell’industria della produzione di cibo con la più rapida crescita a livello mondiale”.

Strappati via dal loro ambiente naturale, i pesci allevati nelle “acquafattorie” vengono rinchiusi in vasche poste all’interno di costruzioni in acciaio. Sistemi ad elevata portata ed alta tecnologia controllano l’afflusso di cibo, luce e la stimolazione della crescita. Farmaci, ormoni e le tecniche dell’ingegneria genetica vengono utilizzati per accelerare la crescita e modificare il comportamento riproduttivo degli esemplari.

Per dimostrarsi redditizie, le acquafattorie devono allevare un numero elevatissimo di animali in ambienti ristretti. Questo sovraffollamento provoca danni alla testa ed alle pinne dei pesci e causa un anomalo accumulo di stress negli animali che risultano così facili prede di malattie epidemiche. Di conseguenza, per mantenere sotto controllo la proliferazione dei parassiti, le infezioni di epidermide e branchie, ed altre malattie tipiche dei pesci di allevamento, i tecnici delle acquafattorie pompano massicce dosi di antibiotici e sostanze chimiche nell’acqua delle vasche. Una delle sostanze chimiche utilizzate per eliminare i pidocchi di mare, i Dichlorvos, è altamente tossico per tutte le forme di vita marina e può provocare l’infarto nei salmoni.

L’acquacoltura stravolge il comportamento naturale e l’istinto dei pesci. In natura, la migrazione dei salmoni dall’acqua dolce all’acqua di mare avviene gradualmente, mentre nelle acquafattorie il brusco e violento cambio di habitat provoca un trauma tale da causare la morte di quasi il 50% per cento degli esemplari. Molti pesci mostrano segni evidenti di frustrazione e stress, come, ad esempio, il saltare continuamente fuori dall’acqua.

Il momento della macellazione porta ulteriori traumi. I pesci vengono spesso privati del cibo nei giorni o addirittura nelle settimane che precedono la macellazione, allo scopo di ridurre la contaminazione dell’acqua durante il trasporto. Alcuni pesci vengono uccisi senza essere nemmeno storditi; le loro arcate branchiali vengono tagliate e vengono lasciati sanguinare fino alla morte, in preda a convulsioni ed altri evidenti segni di sofferenza. In altri casi gli animali vengono uccisi semplicemente prosciugando l’acqua dalla vasca mandandoli incontro ad un lento soffocamento.

L’allevamento di una tonnellata di pesce richiede otto tonnellate d’acqua. La produzione intensiva di gamberi richiede una quantità d’acqua fino a 10 volte superiore.

Secondo la rivista Science, un allevamento di salmoni di un ettaro produce una quantità di rifiuti paragonabile ad una città di 10.000 persone. Si è constatato che gli allevamenti di salmone della Colombia Britannica producono la stessa quantità di rifiuti prodotta da una città di mezzo milione di persone.

Le fattorie di acquacoltura scaricano i rifiuti, pesticidi ed altre sostanze chimiche direttamente nelle acque costiere, ecologicamente fragili, distruggendo così l’ecosistema locale. Inoltre, gli allevamenti di Acquacoltura che allevano i pesci direttamente in zone di acque libere opportunamente recintate, distruggono fiorenti habitat naturali sovraccaricandoli ben al di là della loro capacità. I rifiuti organici prodotti dai pesci possono formare enormi strati di fanghiglia verde sulla superficie dell’acqua, impoverendo così di ossigeno le acque stesse ed uccidendo gran parte delle forme di vita in esse contenute.

In Brasile la devastazione provocata dall’Acquacoltura ha modificato il clima locale a tal punto che alcuni allevamenti sono stati costretti a chiudere i battenti.

Inoltre, nonostante i pescicoltori amino descrivere l’acquacoltura come un’alternativa all’impoverimento della popolazione ittica, molte delle specie allevate, sono in effetti predatrici, come ad esempio il salmone ed il gambero, e devono pertanto essere alimentate con pesci oceanici. Sono necessari 2.5 chili di pesce oceanico per produrre solo mezzo chilo di pesce allevato.

BOVINI (VITELLI):

Il viaggio nella “follia zootecnica” continua con i bovini, altro caposaldo dell’allevamento intensivo nel nostro paese.

Avete idea di quante volte partorisce una vacca allo stato naturale? Almeno sette volte. Nell’allevamento intensivo dove la vacca da latte ormai non è più bovino, ma un’unica immensa spugna che si chiama mammella, il tasso di rimonta è del 30 per cento. Vi spiego in soldoni che cosa significa. Significa che una vacca partorisce tre volte nella vita non di più. Perchè? Semplice.

L’esasperata produzione di latte non le permette di partorire altre tre volte.

Non ce la fa proprio. Dopo tre parti è “spappolata”, roba da macello. Il suo patrimonio genetico è come una molla possente che la spinge a produrre latte, e basta.

Oggi le vacche non sono più tutte legate alla catena come una volta, ma non lasciatevi ingannare da questa cortesia umana. Cento quintali di latte in dieci mesi sono circa 30-35 litri di latte al giorno per 300 giorni. Se non è la Ferrari di Shumi sarà la Renault di Alonso. Basta un piccolo trauma sulla mammella o l’azione della mungitrice sui capezzoli usurati ed è la mastite, ed è il macello, perchè la vacca è la sua mammella. Le articolazioni sono talmente fragili che guai a scivolare, non si alza più. Ed è il macello.

A sentire parlare di Afta, l’allevatore più mangiapreti si fa il segno della croce. Una tragedia. Migliaia di vacche con la febbre ed eruzioni sulla lingua. Il bianco latte che non sgorga più da bestie che non possono mangiare per diversi giorni. Abbattimenti di massa, piani d’emergenza.

Nelle pampas argentine il vaquero a sentire parlare di afta sorride. Arriva, fa star male, fa morire qualche capo e poi se ne va come è arrivata. Poco più
che un’influenza in Islanda. Mai sentito che il popolo islandese è a letto con l’influenza e le scuole sono chiuse? Mai, almeno io.

L’afta fa paura a chi tiene milioni di mammelle concentrate in capannoni, una di fianco all’altra, sperando che ogni giorno dalla spugna esca più latte. Provate a pensare diversamente. Meno latte, più spazio, più parti, più vitelli e alla fine più carne senza ricorrere all’importazione di vitelloni. Troppo facile.

L’abominio totale si raggiunge con la produzione di vitelli a carne bianca. Negletti dai proprietari della madre (tanto, dopo una dozzina di giorni vengono venduti, magari dalla Polonia all’Italia), non assumono il colostro, ovvero il primo latte che gli donerebbe anticorpi nei confronti delle malattie. Arrivano nei luoghi dove vengono ingrassati, indeboliti e disidratati, per cui devono essere trattati subito con antibiotici e reidratanti. Pesano 40 chilogrammi e devono arrivare a 240 chili di peso con una carne bianca candida. Via il ferro allora, ma senza ferro non si vive. Allora dategli un po’ di ferro, ma poco, il minimo e che sia poco assorbibile. Dategli da mangiare beveroni di acqua e latte in polvere in uno spazio di 1,6 metri quadrati per un vitello di 150 chili. Fortuna che hanno vietato le gabbie dove venivano allevati singolarmente. Adesso vanno a gruppetti nei box, ma non i primi 15 giorni, quando vengono legati con le catene uno ad uno perchè altrimenti come si fa a controllare chi ha mangiato due litri di beverone e chi mezzo litro?

Naturalmente, inutile dire che gli animali indeboliti dai viaggi, dalla mancanza di colostro, da un’alimentazione innaturale per un ruminante sono soggetti ad infezioni virali (Herpesvirus dell’IBR) e batteriche (Pasteurelle, Bordetelle) che li portano spesso a morte. E tutto questo per avere cosa? Carne dietetica?

Il vitellino che il pediatra indica alla mamma? Ormai è ampiamente dimostrato che la carne di questi animali ha un contenuto di grassi e colesterolo uguale a quello del tacchino e del pollo. In più talvolta si trova la sorpresina di vedere lievitare le tettine dei propri bambini. E allora? Il vero problema è che dobbiamo smaltire le scorte eccessive di latte in polvere prodotto, a livello europeo, dalle immense mammelle di cui sopra.

(FONTE:

Animali spremuti come macchine negli allevamenti intensivi di bovini

Di Oscar Grazioli)

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