CONFERENZA ENRICO BACCARINI

Questa sera  al Park Hotel di Taranto vi è stata l’unica tappa pugliese  di Enrico Baccarini riguardante la presentazione del suo nuovo libro I Vimana e la guerra degli Dei.

Ecco una  sua breve  biografia:

Enrico Baccarini è nato a Firenze. Ha collaborato con “Notiziaio UFO” per l’Editoriale Olimpia di Firenze, “Ufo Notiziario” per la Acacia Edizioni, “Archeomisteri“, “Gli speciali dei misteri”, “HERA” e i “Misteri di HERA“, nonché a diverse testate di settore. Giornalista pubblicista e scrittore, ha compiuto studi di indirizzo psicologico e antropologico. E’ stato membro fondatore Comitato Interdisciplinare per le Ricerce Protostoriche e Tradizionali (CIRPET) e co-fondatore della rivista associata ARCHEOMISTERI, I QUADERNI DI ATLANTIDE. Dal 1989 al 2009 è stato membro del Centro Ufologico Nazionale (CUN) con incarichi direttivi. Ha presenziato come relatore a conferenze in Italia e all’esterop, ha presentato relazioni sulle fenomenologie dell’insolito (misteri del passato, psicologia dell’insolito e anomalistica, ufologia, etc.) in numerosi congressi scientifici nazionali e internazionali. In campo psicologico e antropologico si occupa di culti abusanti, del fenomeno dei Nuovi Movimenti Religiosi (NMR), del fenomeno delle sette  e dei culti moderni e di exit counseling collaborando con la principale struttura italiana in materia. Ha effettuato anche un corso avanzato su “DSM-IV Religious and Spiritual Problems” ottenendone un attestato di merito.

(fonte http://www.luoghimisteriosi.it)

Abbiamo approfondito il tema nel nostro testo I Vimana e le Guerre degli Dei, in cui, dopo un’analisi minuziosa delle antiche fonti sanscrite, abbiamo appurato come con questo termine venissero identificati i ‘Vimana’ guidati unicamente dagli Dei indiani circostanziando quindi il loro utilizzo e funzione agli esseri che la religiosità e la letteratura indiane indicavano provenire dalla regione del cielo esterna al nostro pianeta. Enrico Baccarini

Ratha, i Vimana degli Dei indiani nel sud dell’India

 

vima01Il termine Ratha è il vocabolo indoiranico utilizzato per indicare il cocchio o carro da guerra, con  ruote a raggi, utilizzato dagli dei indiani nell’antichità per spostarsi nel cielo, sulla terra e negli spazi siderali. Con il passare delle ere la sua funzione mutuò andando ad indicare il più comune carro da guerra, ma nella sua accezione religiosa originale la forma con cui è sempre stato rappresentato (soprattutto nel sud dell’India) ci riporta inesorabilmente ai ben più noti Vimana e alle loro curiose forme piramidali.

Il vocabolo Ratha deriva dalla radice collettiva ret-h di una parola protoindoeuropea rot-o per “ruota” che produsse anche il latino rota ed è presente anche nelle lingue germaniche, celtiche e baltiche. I termini sanscriti per il timone, i finimenti, il giogo e la ruota del carro hanno affini in altri rami dell’indoeuropeo.

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Abbiamo approfondito il tema nel nostro testo I Vimana e le Guerre degli Dei, in cui, dopo un’analisi minuziosa delle antiche fonti sanscrite, abbiamo appurato come con questo termine venissero identificati i ‘Vimana’ guidati unicamente dagli Dei indiani circostanziando quindi il loro utilizzo e funzione agli esseri che la religiosità e la letteratura indiane indicavano provenire dalla regione del cielo esterna al nostro pianeta.

Nel RigVeda si narra di come i Rbhus avessero costruito un carro celeste per i gemelli Asvini, medici tra gli dei (Rv 1.111.1). Un altro passo (Rv 1.166.4-5) ci parla invece del velivolo che apparteneva ai Marut, una macchina volante in grado di far tremare le case, di sradicare piccole piante e di provocare un forte vento al suo passaggio (Rv 1.116.3 7.4.68).

Sono numerosi i testi in cui vengono nominate queste macchine volanti, in tutti i casi il riferimento è a velivoli in grado di volare nel cielo, di portare passeggeri, di condurre battaglie, di compiere lunghi viaggi, in tutti i casi caratterizzati da differenti ma specifiche particolarità e forme.

La differenza fondamentale che sembra sottostare tra l’utilizzo del termine Ratha e quello di Vimana risiede nella loro conformazione. Con Ratha vengono solitamente indicati ‘carri volanti’ utilizzati solo dagli dei e generalmente privi di ali mentre il termine Vimana si riferisce a velivoli quasi sempre muniti di ali ed utilizzati sia dalle divinità ma soprattutto dagli esseri mortali (Dileep Kumar Kanjilal, Vimana in Ancient India, Sanskrit Pustak Bhandar, 1985, p.13 ).

Questi ‘carri’ costituirono un’importante elemento nel mondo induista, lo strumento che gli dei utilizzavano per spostarsi sul nostro pianeta e nello spazio esterno. L’immagine sotto riportata è tratta dal Vymanika Shastra, testo che vide la luce tra il 1918 e il 1923 quando il Pandit Subbaraya Shastry lo dettò ad uno dei suoi discepoli. Osteggiato e ridicolizzato in realtà il Vymanika Shastra ha dimostrato ampiamente la sua genuinità mostrando come le cognizioni contenute al suo interno possiedano tutti i crismi per poterlo considerare come un retaggio della lunga tradizione iniziatica orale conservata da millenni nell’antica India, la Shruti. Al suo interno, i compilatori, descrissero nel dettaglio il funzionamento dei Ratha/Vimana arrivando a circostanziare le singole macchine che lo componevano, Yantra (macchina in sancrito) che in alcuni casi sono stati riprodotti negli ultimi anni da alcune università indiane.

Raffigurazione tratta dal Vymanika Shastra del Rukma Vimana estremamente simile agli antichi Ratha indiani.

I normali carri da traino, soma o guerra, figurano in modo rilevante nei Rigveda, evidenziando la loro presenza in India almeno dal II millennio a.C. e differenziandosi però notevolmente, nelle loro descrizioni e funzioni, dai Ratha utilizzati dalle divinità. Non a caso i carri umani erano gli strumenti che tutti conosciamo mentre quelli ‘divini’ possedevano ben altre particolarità come quella di poter volare nel cielo! Tra le divinità veliche Agni, dio del fuoco, utilizzava un Ratha nella sua funzione di messaggero tra gli dei e gli uomini. I Ratha vedici sono inoltre descritti come fatti di Salmali (RV 10.85.20), Khadira e Simsapa (RV 3.53.19).

Le ruote di un immenso Ratha cerimoniale a Gokarna (Karnataka, India)

Il riferimento a velivoli in grado di volare può essere ritrovato numerose volta nella letteratura vedica, tra questi testi anche lo Yajur-Veda descrive il funzionamento di queste macchine:

O ingegnere specializzato, tu che progetti navi oceaniche, spinte da motori ad acqua come quelli usati nei nostri aeroplani, che danno la capacità di alzarsi in verticale oltre le nubi e viaggiare in tutta la regione. Sii tu, prosperoso in questo mondo e vola attraverso l’aria e attraverso la luce” (Yajur Veda, 10.19)

Interessante notare come la descrizione dei Vimana presente negli antichi testi indiani, così come la conformazione dei carri Ratha, si amplifichi ulteriormente nella stupefacente architettura indiana. Nel sud dell’India, soprattutto nel Tamil Nadu, la parte apicale dei templi ricorda molto i Ratha finora descritti ma ancor più viene denominata Vimana, in ragione del fatto di essere il luogo più vicino tra  il luogo sacro e le stesse divinità, il luogo in cui dei e uomini si possono avvicinare per entrare in Contatto.

Non a caso nel Samarangana Sutradhara, testo di architettura dell’XI secolo, viene espressamente detto nel capitolo XXXI che i templi indiani furono realizzati ad imitazione degli antichi Vimana, per ricordarne la forma e la potenza! Il testo dopo aver dedicato ben 230 versi ad alcune modalità per costruire questi velivoli, impartisce perentorio l’ammonimento a non divulgare tali insegnamenti sottolineando come nello stesso testo fosse stata esposta solo una parte dei metodi costruttivi per evitare che potessero cadere nelle mani sbagliate. In tutti questi casi avviene qualcosa di eccezionale, il velivolo descritto non possiede più le valenze di un oggetto mitico ma la sua descrizione, e le stesse attribuzioni che ne vengono fatte, sembrano corrispondere a qualcosa di concreto ma soprattutto che l’antico redattore sembra avere visto con i propri occhi cercando di comprenderne e trascriverne le particolarità e la meraviglia ai posteri.

Tempio Anantha Vasudeva a Bhubaneshwar. Foto del 1869 (©British Library)

Il Rig Veda, uno dei testi sacri più antichi dell’umanità, cita alcuni dei Ratha/Vimana utilizzati dagli dei indicandone il sistema di funzionamento:

  • Jalayan – è un veicolo progettato per muoversi sia in aria che in acqua… (Rig Veda 6.58.3)
  •  Kaara – è un veicolo progettato per muoversi sia sulla terra che in acqua… (Rig Veda 9.14.1)
  •  Tritala – è un veicolo progettato per muoversi nei tre elementi… (Rig Veda 3.14.1)
  •  Trichakra Ratha – è un veicolo a tre motori progettato per muoversi nell’aria…(Rig Veda 4.36.1)
  •  Vaayu Ratha – è una veicolo sospinto da un motore ad aria… (Rig Veda 5.41.6)
  •  Vidyut Ratha – un veicolo sospinto da un motore potentissimo…è (Rig Veda 3.14.1).

Il termine Kathasaritsagara indica invece operai specializzati nella loro manutenzione, questi potevano essere dei Rajyadhara, esperti in meccanica e in grado di costruire navi oceaniche o dei Pranadhara, esperti nel fabbricare macchine volanti capaci di trasportare oltre 1000 passeggeri. I testi affermano che queste macchine erano capaci di coprire in pochi istanti lunghissime distanze. (Fonte: India Through The Ages: History, Art Culture and Religion, By G. Kuppuram p. 532-533).

 Tempelvogn, Sri Lanka

Un altro riferimento interessante è quello al Purunishshìdhvana Dadhika, letteralmente ‘veicolo che trasporta i suoi occupanti attraverso i cieli e fra i pianeti’, un Ratha la cui traduzione letterale ci rendere chiaramente manifesto lo scopo e la funzionalità di tale macchina.

Il nostro percorso di studio e ricerca ha avuto origine da una civiltà dimenticata e quasi sconosciuta, estremamente evoluta ma caduta completamente nell’oblio della storia, una cultura che lasciò ai posteri una imponente quantità di testi trasmessi prevalentemente in forma orale che queste stesse tradizioni affermavano provenissero da tempi e civiltà ancora più remote distrutte da immani cataclismi.

Il mondo vedico è una realtà ancora fonte di accesi dibattiti, di analisi che potrebbero condurre a riscrivere la storia stessa della nostra civiltà e a vedere con occhi diversi le origini della nostra specie. I Ratha sono una parte di questo patrimonio culturale e continueremo a studiarne e riscoprirne la storia nella speranza di poter portare un contributo alla comprensione del nostro passato.

Kumari Kandam

Kumari Kkandandam è un isola sommersa risalente a 11 000 anni a.C..

La maggior parte delle persone hanno familiarità con la storia di Atlantide, il mitico continente perduto descritto dal filosofo Platone.

Fino ad oggi, le opinioni sono ancora divise sull’esistenza reale di un continente sprofondato nelle acque dell’oceano migliaia di anni fa, e se prendere le parole di Platone alla lettera oppure considerarle come racconto allegorico.

Tuttavia, nel subcontinente indiano si tramanda un racconto simile, anche se molto meno noto rispetto a quello di Atlantide. Si tratta del continente perduto di Kumari Kandam, collegato poi alla teoria di Lemuria.

Il termine Lemuria compare per la prima volta nella seconda parte del 19° secolo, quando il geologo inglese Philip Sclater rimase sconcertato dalla presenza di fossili di lemuri in Madagascar e India, ma non in Africa e Medio Oriente.

Così, in un articolo del 1864 intitolato ‘The Mammals of Madagascar’ (I mammiferi del Madagascar), Sclater propose che il Madagascar e l’India un tempo furono parte di un continente più grande poi sommerso, denominando la massa mancante ‘Lemuria’.

 la proposta di un continente perduto non è solo la teoria per la spiegazione di un fenomeno biologico, ma un’idea che si tramanda nella letteratura antica da secoli, tanto che sono in molti a credere che il continente di Lemuria sia esistito realmente.

Tra questi vi è il gruppo di nazionalisti tamil. Il termine Kumari Kandam compare per la prima volta nel 15° secolo nel Kanda Puranam, una versione del 15° secolo scritta in Tamil dello Skanda Purana, il più vasto tra i diciotto Purana principali, nel quale sono riportate una serie di leggende su Shiva e i luoghi santi a lui collegati.

Il testo riprende alcune leggende riguardanti un’antica terra a sud dell’India sommersa dall’Oceano Indiano. Il riferimento più antico risale al 2° secolo d.C. ed è contenuto nel Silappadhikaram, uno dei cinque grandi poemi epici della letteratura Tamil. Secondo i racconti, “il mare crudele” prese la terra governata dai re Pandiyan, compresa tra i fiumi Pahruli e Kumari, corsi d’acqua che un tempo fluivano nel continente ormai sommerso.

Quando le teorie su Lemuria arrivarono nell’India coloniale, il popolo cominciò a considerare le antiche leggende come fatti storici. Come risultato, Lemuria fu rapidamente identificata con Kumari Kandam, caricando la leggenda di sentimenti nazionalisti.

I nazionalisti sostenevano che i re Pandiya di Kumari Kandam erano i governanti di tutto il continente, e che la civiltà Tamil fosse la più antica del mondo. Quando Kumari Kandam fu sommersa, la sua gente si sparse in tutto il mondo fondando diverse civiltà. Da qui, l’affermazione che il continente perduto è stato anche la culla della civiltà umana.

Mohenjo Daro, i primi riscontri e le analisi sulla radioattività

Dopo una lunga preparazione, anni di studio e ricerche, nonché una pianificazione del viaggio rivolta a non trascurare nessun elemento di valore e interesse, lo scorso dicembre abbiamo iniziato la nostra avventura in Pakistan, non scevra da qualche rischio ma carica di una grande emozione e di molte sorprese che avremmo incontrato lungo la nostra strada.

Così poco più di un mese fa, assieme ad una troupe documentaristica composta dal regista Diego D’Innocenzo e dal Direttore della fotografia Matteo De Angelis, abbiamo iniziato la nostra avvenutura assolutamente inconsapevoli che saremmo andati a vivere e sperimentare le bellezze di un paese incredibilmente unico.

Cercando di ripercorrere le tracce di un grande mistero del passato siamo giunti in alcuni dei siti archeologici più antichi del pianeta, luoghi appartenuti al popolo Harappa e alla sua misteriosa civiltà, nel tentativo di ricostruire la storia di David William Davenport, delle sue teorie e di analizzare i  riferimenti presenti negli antichi poemi epici indiani in cui si parla di guerre e di esplosioni, di Vimana e di tecnologie estremamente avanzate.

Durante la realizzazione del documentario abbiamo inoltre avuto modo di intervistare diversi studiosi che, a vario titolo, si sono interessati alla vicenda nel corso degli anni tra questi lo scrittore inglese Graham Hancock, autore di bestseller internazionali; il Dr. Fulvio Terzi, amico personale di Davenport; Giorgio Cerquetti, da decenni profondo conoscitore del misticismo indiano ed infine Mauro Paoletti, scrittore e studioso dei misteri che riguardano il passato dell’umanità.

Indubbiamente il Pakistan presenta ancora oggi i due estremi di una società divisa tra le antiche tradizioni e la modernità incalzante, due facce che si fondono in  una sinergia unica talvolta contrastante e difficilmente descrivibile a parole. Questa esperienza mi ha  insegnato ancor di più, però, a non dare nulla per scontato .
Così il primo elemento che abbiamo studiato è stata la possibile radioattività ambientale, memori delle teorie di Davenport. Abbiamo portato con noi un contatore Geiger ma, nei giorni di permanenza nel sito, non abbiamo riscontrato nessuna traccia di radioattività (ho preso a campione un minimo di 3 punti equidistanti tra loro con rilevazioni multiple protratte per diverso tempo).

Altrettanto fondamentale è stato però constatare come buona parte di Mohenjo Daro (e ancor di più il così detto ‘epicentro‘) risultasse  interamente cosparsa di vasellame fuso e vetrificato! Sono riuscito a portare con me alcuni campioni di roccia che sono già stati consegnati per le analisi di rito mentre in parallelo siamo a fine della stesura del libro a cui abbiamo dedicato molti anni dei nostri studi. Ma andiamo con ordine!

L’antefatto

Ho trattato spesso attraverso le pagine di ENIGMA, ma non solo, gli studi e le teorie di David William Davenport e chi ha potuto ascoltare le conferenze che ho tenuto su questo tema ha avuto modo di percepire, almeno lo spero, il fascino che questi territori da molti anni hanno riscosso in me. La possibilità di poterci recare personalmente nei luoghi studiati da Davenport e porre nuovamente sotto analisi, e per la prima volta in assoluto con strumentazioni scientifiche, quanto da lui teorizzato nel 1979 assieme al giornalista italiano Ettore Vincenti costituiscono non una conquista personale ma un piccolo passo rivolto verso tutti coloro che vogliono comprendere e conoscere la natura degli eventi anomali avvenuti in questa zona nel 2000 a.C.

La teoria proposta da Davenport è certamente articolata e di non facile ‘digeribilità’ per coloro che non sono avvezzi a certe tematiche e vide pubblicamente la luce nel libro ormai introvabile “2000 a.C.: Distruzione Atomica“.

Durante il loro viaggio, sul finire degli anni ’70, i due studiosi raccolsero campioni di roccia, vasellame e monili che risultavano fusi e vetrificati. Nessun evento naturale poteva spiegare quei ritrovamenti, nessun intervento umano sembrava in grado di poter generare una tale distruzione, a meno che Mohenjo Daro non fosse stata realmente teatro di qualcosa di diverso, una esplosione o qualcosa di simile avvenuta 4000 anni fa.

Dei suoi 100.000 abitanti, dagli anni ’20 ad oggi sono stati ritrovati solo 44 scheletri, nessuna tomba o sepoltura, corpi che si presentano come muti testimoni di una morte istantanea, avvolta ancora oggi nel mistero, a cui l’archeologia non è riuscita a dare una spiegazione e che in alcuni casi presentavano addirittura segni di calcinazione come se fossero stati esposti ad una intensa fonte di calore.

Ripercorrendo queste tracce siamo giunti in luoghi ancora oggi difficilmente raggiungibili riscoprendo, forse,  una verità a lungo dimenticata. Durante le nostre riprese nel sito archeologico di Mohenjo Daro abbiamo esplorato varie aree che fin da subito sono risultate totalmente cosparse da vasellame e mattoni fusi o vetrificati, come se fossero stati realmente esposte ad una fonte di calore molto elevata.

Nella volontà di non tralasciare nessuna strada abbiamo quindi cercato e tentato di trovare una spiegazione razionale a questi eventi ma niente è riuscito a giustificare la realtà che avevamo davanti. Parlando (in inglese) con alcuni dei responsabili del sito abbiamo potuto inoltre constatare come l’ipotesi degli “scarti di fornace” non fosse in grado, ne riuscisse, a giustificare la grande quantità ed estensione di oggetti deformati presenti nel terreno, e non neghiamo che dopo aver parlato con alcuni di loro dell’ipotesi di Davenport non ne siano rimasti affascinati.

L’estensione di questi detriti e il mistero sulla loro formazione sembravano realmente suggerire che un evento inspiegabile avesse colpito la città nel remoto passato.

La radioattività

Per quanto ci dividano oltre 4000 anni dall’evento atomico teorizzato da Davenport, nel caso in cui si fosse trattato di una esplosione di questo tipo, avremmo comunque dovuto rinvenire tracce della sua contaminazione.

Nel loro libro Davenport e Vincenti scrivevano “… allo stato attuale della tecnologia solo un ordigno nucleare può essere stato capace di creare contemporaneamente un’onda d’urto e un’onda di calore tali da lasciare le tracce che abbiamo rilevato a Mohenjo Daro”.

Riteniamo di aver trovato le tracce di una possibile onda di calore ma perchè il luogo non era radioattivo?

Personalmente pensiamo che l’ipotesi nucleare fosse l’unica che negli anni ’70, durante la Guerra Fredda, potesse spiegare e giustificare quanto trovato ma nessun altro elemento sembra aver mai comprovato questa asserzione. Le stesse analisi del ’79 fatte a Roma non parlano ‘mai’ di radioattività ma solo di vetrificazione, fusione e alte temperature.

Gli antichi testi indiani descrivono inoltre armi i cui effetti ricordano molto da vicino quelli di un’esplosione atomica ma è altrettanto vero che in questi stessi testi si parla specificatamente di armi ad ‘energia’, definite tejas astras, utilizzate dagli ‘dei durante le loro battaglie’. Se avvenne realmente un evento del genere è possibile pensare che la sua origine fosse diversa da quella nucleare?

Durante le nostre ricerche abbiamo identificato un’arma mitica, l’Agneya Astra, la cui descrizione sembra ricalcare fedelmente gli effetti descritti da Davenport, un’arma in grado cioè di sviluppare una fonte di calore estremamente elevata tale da riuscire a fondere le rocce ma altrettanto circoscritta da non contaminare e distruggere totalmente la zona interessata.

Ecco la descrizione dell’Agneya presente nel Drona Parva, settimo libro del Mahabharata:

Un unico proiettile caricato con tutta la potenza dell’universo, una colonna incandescente di fumo e di fiamme, luminosa come diecimila soli, si levò in tutto il suo splendore. Un’arma sconosciuta, un fulmine di ferro, un gigantesco messaggero di morte che ridusse in cenere l’intera razza dei Vrishnis e dei Andhakas”.

Gli effetti descritti non sono quelli di un’esplosione nucleare ma piuttosto quelli di un potente ordigno esplosivo! A tale riguardo vogliamo ricordare come un antichissimo testo indiano, lo Sukra Niti, parli esplicitamente delle modalità e dell’impiego di una “polvere nera” i cui effetti sono totalmente uguali alla polvere da sparo potenziata!

I rilevamenti effettuati

Non potevamo andare a Mohenjo Daro senza portare con noi un rilevatore Geiger, strumento in grado di rilevare la radioattività ambientale e fornire stime realistiche dei livelli presenti nel sito. Come si può vedere dalla mappa sotto riportata abbiamo sottoposto non meno di tre punti del complesso archeologico ad una analisi ambientale per cercare di capire se fossero presenti tracce o residui di radioattività così come ipotizzato da Davenport.

Per quanto le nostre rilevazioni si siano protratte per diverso tempo i risultati sono stati negativi, i valori rilevati non si discostavano dalla normale radioattività di fondo e neanche le rocce fuse o vetrificate che tappezzavano interamente alcune parti del sito hanno presentato la minima emissione di radioattività

Non nego che inizialmente tale esito ha lasciato in me una profonda delusione e amarezza ma ho continuato negli scopi che mi ero prefisso effettuando ulteriori rilevazioni, come la rilevazione del campo magnetico ambientale (totalmente nella norma), e iniziando a studiare il terreno che si estendeva sotto i miei piedi.

Se si fosse trattato di una esplosione atomica, per quanto siano passati più di 4.000 anni, avremmo comunque ritrovato i segni e le tracce della sua antica presenza. Un esempio chiarificatore sono le stesse Hiroshima e Nagasaki che, a distanza di 60 anni dalla deflagrazione delle prime bombe atomiche, risultano prive di una radioattività ambientale nociva per l’uomo per quanto esistano alcune zone che presentano ancora valori elevati e dannosi per la salute umana.

Nel caso di Hiroshima e Nagasaki le esplosioni avvennero in quota, ad un’altezza di circa  580 metri dal terreno, per cui sullo zenit dell’esplosione non si formò alcun cratere e consequenzialmente le radiazioni si dispersero in maggior misura nell’ambiente circostante piuttosto che interessare e permanere nel terreno.

Detto questo però, l’onda generata dall’esplosione e il fallout che ne derivò lasciarono ad Hiroshima e Nagasaki segni indelebili e una contaminazione permanente.

Se a Mohenjo Daro non era avvenuta una ‘esplosione atomica’ era comunque innegabile il fatto che l’intero perimetro dell’area incriminata (epicentro e zone limitrofe) fossero totalmente, completamente, pervase da ogni tipologia di rocce fuse, da mattoni e vasellame vetrificato ed esposto ad una temperatura elevata. Il fatto curioso, come scrisse Davenport, è che le strutture nelle immediate  vicinanze del così detto epicentro sono totalmente inesistenti, si presentano cioé come ‘monticelli’ che solo ad una analisi ravvicinata mostrano la loro natura di mattoni e vasellame rotto e sparso sul terreno.

Alle domande sollevate e ai reperti ritrovati si unisce una nuova scoperta, del tutto inaspettata ed effettuata dopo il nostro ritorno in Italia, una scoperta che sembra ulteriormente avvalorare la possibilità di una esplosione nell’antichità.

Tale evidenza si ricollega direttamente alle tipologie di detriti fusi ritrovati a Mohenjo Daro e si associa alle più moderne tecnologie belliche nonché al residuo di fusione provocato dalle esplosioni ad alta intensità e al calore da esse generato. Ci riferiamo alle “Trinititi” pietre che costituiscono il residuo fuso e vetrificato originatosi dopo i primi test atomici effettuati nel 1945 negli Stati Uniti, ma altrettanto similari ai residui originati da bombe dall’alto potenziale esplosivo come la BLU-82 (una testata bellica da 6.800 kg).

Un raffronto tra le due tipologie di rocce fuse che lascia senza parole.

Un parallelismo che risulta così evidente da legittimare necessariamente la domanda su cosa realmente fosse avvenuto a Mohenjo Daro 4000 anni fa!

Ecco alcuni dei campioni di vasellame e rocce fuse fotografati a Mohenjo Daro:

Abbiamo intrapreso il nostro viaggio alla ricerca di risposte e nella speranza di trovare le prove di antiche esplosioni, abbiamo trovato un filo comune che sembra legare la città di Mohenjo Daro, i Vimana e le storie descritte negli antichi testi indiani.

Il viaggio continuerà e approfondiremo molte delle tematiche trattate, per ora ci piace concludere meditando su una frase che scrisse Davenport,  “nel passato è sepolta la soluzione per il nostro futuro”.

Forse ristudiando il nostro passato potremo migliorare davvero il nostro futuro, evitare di commettere gli stessi errori e forse anche imparare quello che gli antichi hanno sempre detto, ma che noi non abbiamo voluto ancora veramente ascoltare.

David Davenport, la Carta del Cielo del Nord e le Rotte dei Vimana nel cosmo

Ignorata nei decenni, sepolta dai ricordi e da un silenzio assordante, alcuni anni fa durante le nostre ricerche siamo riusciti a recuperare uno degli ultimi studi che Davenport condusse poco prima di morire e che confluì in una mappa stellare che lui stesso chiamò ‘Carta del Cielo del Nord’ a cui lo studioso dedicò molti sforzi prima di spegnersi, costituendo una eredità da approfondire per le generazioni future.

Questa è probabilmente la prima volta che la Mappa di Davenport viene pubblicata in versione integrale e in buona risoluzione (analizzabile e studiabile). Ne abbiamo parlato profusamente nel nostro I Vimana e le Guerre degli Dei in cui abbiamo dedicato un intero capitolo al tema, cercando di approfondire le vere origini di questa mappa e gli aspetti principali che la riguardano.

Per quanto nota fin dalla sua prima composizione, la così detta Carta del Cielo del Nord non ha mai visto veramente la luce se non limitatamente, in sporadiche riviste di settore che non le hanno certamente dato il giusto valore e rilievo che avrebbe meritato. Una voluta coltre di silenzio che ne ha celato indebitamente l’esistenza per quasi 30 anni da parte di coloro che gridando alla libertà di informazione in realtà celano velleità ben più personalistiche e oscurantiste.

Siamo venuti in suo possesso grazie a due amici di Davenport, il primo che ce ne fece dono fu l’amico Giulio Perrone (già dirigente RAI) oggi scomparso ma a cui mi legò una profonda amicizia. E’ stato però grazie allo sforzo congiunto con il ricercatore e amico Fabio Siciliano che, dopo decenni di silenzio, i veri misteri dietro questa carta stellare sono finalmente potuti tornare alla luce.

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Dal 2009, con Fabio Siciliano, abbiamo sottoposto la mappa a minuziose analisi e solo oggi possiamo comprendere ciò che Davenport aveva iniziato a sviluppare, ovverosia una carta che descriveva le antiche rotte che gli dei indiani, identificati come visitatori cosmici, seguivano per giungere sul nostro pianeta ovvero l’esistenza di sistemi solari abitati da altre forme di vita.

Il tutto ci potrà forse suonare assurdo o incredibile ma riecheggiano nella nostra mente i versi del Padma Purana, testo noto almeno dal 500 a.C., in cui si afferma che “nel cosmo esistono 8.400.000 forme di vita, 900.000 delle quali sono acquatiche, 2.000.000 sono costituite da alberi e piante; 1.100.000 sono piccoli esseri viventi come insetti e rettili; 1.000.000 di volatili; 3.000.000 sono animali ed infine 400.000 sono specie umane“, quindi forme di vita intelligenti simili alla nostra!

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Sempre in riferimento alla Carta, e alle fonti attraverso cui fu realizzata, negli anni ho potuto ascoltare svariate e contrastanti ‘ipotesi’.

La realtà dietro tutto ciò ci viene fornita però dallo stesso Davenport, o meglio dai suoi diari che siamo riusciti provvidenzialmente a ritrovare, ed in cui lo stesso David fornisce gli elementi chiave per la risoluzione dell’enigma.

Abbiamo identificato il primo riferimento in un quaderno scritto nel 1980 in cui, alla data del 5 gennaio, Davenport scrisse “…interessanti notazioni per la ricerca, scoperte le coordinate dei tunnel spaziali e delle energie cosmiche nel Surya Siddhanta + astronomia nella preistoria umana + Mahabharata…”.

Da questa prima notazione si apprende come la fonte primaria da cui Davenport sviluppò la sua Mappa del Cielo del Nord fu grazie al Surya Siddhanta, il più antico trattato astronomico al mondo scritto in lingua sanscrita ed il cui nome letteralmente significa “il perfetto trattato degli Dei solari“.

Il testo possedeva, inoltre, un’origine ‘divina’. Secondo quanto scritto nelle sue stesse pagine venne infatti enunciato da un messaggero del dio del Sole, Surya, al famoso asura Maya Danava verso la fine dell’ultimo Satya Yuga.

Il 9 gennaio 1980 Davenport aggiunge “… osservata la posizione astronomica dei pianeti e delle costellazioni delle Nakshatra vediche, dal Vymanika Shastra dal Surya Siddhanta: e le rotte delle navi spaziali (i Vimana, n.d.a.) e dei campi di energia nei settori definiti”.

Il termine Nakshatra identifica le ‘case’ astronomiche indiane, il corrispettivo della nostra suddivisone in Costellazioni della volta celeste.

Davenport aveva speso molti anni a studiare gli antichi testi sanscriti e aveva potuto confrontarsi con i più importanti studiosi indiani di quel periodo. Ne deriva un quadro alquanto interessante ed emozionante in cui il più antico trattato astronomico al mondo (il Surya Siddhanta) e un testo sull’antica scienza aereonautica indiana (il Vymanika Shastra), oramai di comprovata genuinità, sembrano aver custodito per secoli e millenni informazioni che vanno ben oltre tutto quanto abbiamo fino ad ora trattato.

Alla data dell’11 gennaio 1980 Davenport annota “completata una bozza della mappa stellare”. Il lavoro febbrile compiuto in anni di ricerche, viaggi e traduzioni da antichissimi manoscritti sembrava essere giunto ad un punto di svolta, ad un traguardo che lo stesso Davenport, ritengo, non avrebbe mai pensato di raggiungere.

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Dobbiamo fermarci un momento per comprendere il contesto all’interno del quale si contestualizza la Carta realizzata da Davenport. L’India, e il meno conosciuto Pakistan, sono luoghi del tutto straordinari, realtà in cui sono state conservate per millenni conoscenze antichissime successivamente trasposte in lingua sanscrita.

La maggior parte di questi trattati non è disponibile nelle lingue occidentali e molti di questi testi esistono in forma di singolo manoscritto presso le biblioteche dei templi o addirittura, come evidenziato più volte, furono tramandati in forma orale da Maestro a discepolo attraverso la Sruti.

Si tratta di testi di carattere non solo religioso ma anche matematico, astronomico o scientifico. Il più noto è appunto il Surya Siddhanta, la cui traduzione moderna è basata su ‘ipotesi’, giacché il libro appare descrivere uno scenario astronomico che non si accorda sempre e completamente con quello odierno. Parimenti, i suoi contenuti ci presentano un livello di dettaglio scientifico e analitico totalmente straordinario.

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Veniamo alle analisi compiute assieme a Fabio Siciliano sulla Carta del Cielo del Nord. Per questioni di spazio saremo costretti a fornirne in questa sede solo un breve cenno ma siamo già alle prese con un’analisi molto più approfondita che cercherà di sondare ogni aspetto, mistero ed errore al fine di fornire al pubblico materiale che per troppo tempo è stato eclissato e che, invece, reclama il suo doveroso posto nella storia in memoria di chi lo realizzò.

La mappa fornisce una rappresentazione, nella nostra epoca, del cielo boreale in Ascensione Retta e Declinazione.
La Carta è costituita da cinque cerchi concentrici paralleli di latitudine celeste (Declinazione – Dec) centrati sul Polo Nord Celeste. Il cerchio più esterno è l’Equatore Celeste, i cerchi delimitano quattro corone circolari detti “annuli” o “quadranti” e sono distanziati di 20°. La mappa è divisa in 24 settori da altrettanti meridiani di longitudine celeste (Ascensione Retta – AR) fra i quali il meridiano zero (0h) dell’equinozio di primavera.

Da sinistra: David W. Davenport, Josier, Ettore Vincenti

La Carta non riporta tutte le stelle visibili ma solo alcune, evidentemente le sole ritenute “interessanti“. Vi sono indicate in tutto 65 stelle, due sono segnate invece fuori dalla mappa e una delle ‘rotte’ indicate conduce al sistema di Sirio A+B, mentre un secondo sistema stellare australe è indicato lungo l’Equatore Celeste in basso a destra ed è quello di Lambda Acquarii (FK5 871).

In basso a destra è riportata la firma del suo autore “David W. Davenport”, a testimonianza del certosino lavoro condotto dal ricercatore. Disgiunta dalla stessa mappa troviamo anche una tabella che amici vicini a Davenport ci hanno confermato essere stata realizzata dal giornalista Ettore Vincenti.

Dallo studio comparato della Mappa con le carte astronomiche più attuali e i testi più remoti dell’antica India emergono dati veramente sconcertanti.

Anzitutto la Mappa di Davenport mostra la posizione ‘attuale’ delle stelle e non, come sostenuto fino a poco tempo fa, una rappresentazione stellare del 10.000 a.C. Al suo interno, infatti, la Stella Polare si trova nella sua posizione odierna. Nel 10.000 a.C. il Polo Nord Celeste si trovava nella costellazione di Ercole, e non nell’Orsa Minore come avviene adesso e nella stessa Mappa in questione.

Secondo Fabio Siciliano ed il sottoscritto la Mappa di Davenport ha lo scopo prioritario di evidenziare alcuni sistemi stellari definibili come “notevoli” in quanto, secondo l’ipotesi di Davenport, abitati, e culla da cui provennero le ‘visite divine’ nell’India Vedica.

Oltre alla Terra, detta Bhuloka e posta nel centro, e ad una selezione di alcune stelle e costellazioni, nel cerchio centrale (entro 20°) ed intorno al terzo (50°) e quinto cerchio (90°, Equatore Celeste) sono presenti 10 scritte in Sanscrito. Nel complesso la mappa indica le rotte seguite dai Vimana e dai Deva, i loro occupanti, per raggiungere Bhuloka, evidenziando anche i gruppi di stelle abitate poste sui loro percorsi.

Le rotte tracciate sono le seguenti (in senso orario):

– Arturo-Polare;

– Altair-Polare;

– Altair-Andromeda;

– Polare-Andromeda;
– Andromeda

-Alcyone(Pleiadi);
– Polare

-Alcyone(Pleiadi);
– Alcyone (Pleiadi)

-Aldebaran(Iadi);
– Aldebaran(Iadi)

-Betelgeuse (passando per la Cintura di Orione);

– Betelgeuse-Capella;
– Capella-Polare;
– Polare-Betelgeuse;
– Polare-SirioA+B (fuorimappa).

Da notare che, giacché accanto alla Polare, Dhruva in Sanscrito, è parimenti indicata Bhuloka, il senso generale della mappa ci indica come la destinazione di molte delle rotte indicate fosse proprio la Terra. Nel complesso 7 percorsi su 12 puntano al nostro pianeta.

Nel quadro appena delineato una costellazione in particolare, e le sue stelle limitrofe, risultano di particolare interesse, Orione. Nella mappa di Davenport, e secondo le sue teorie, questo settore stellare sembra essere densamente ‘popolato’ e attraversato dalle numerose rotte stellari.

In concomitanza con la stella Alpha Orionis troviamo una denominazione interessante che Davenport riprese dal Surya Siddhanta. La stella, più nota come Betelgeuse, era chiamata in sanscrito Ardra, letteralmente ‘umida’ o ‘verde’! Forse ad indicare che in un pianeta prossimo a questa stella esistevano le condizioni per poter ospitare la vita?

Davenport fu profondamente interessato a questa zona della costellazione di Orione, in particolare modo ad un asterisco (o gruppo di stelle) denominato in sanscrito Mriga Shiras. Da non dimenticare come la stessa costellazione di Orione fosse stata profondamente importante per moltissimi popoli dell’antichità. Nel suo significato etimologico la parola ritroviamo la  parola plurale “nephilim”, nella Bibbia considerati gli angeli caduti o discesi sulla Terra. In aramaico il singolare “nephila” indicava proprio la costellazione di Orione così come per i caldei “niphla” indicava sempre Orione. E’ possibile ritenere che gli dei, o alcuni di essi, descritti negli antichi testi sanscriti provenissero proprio da questo settore galattico? Perché no!!!

La stella trae il suo nome moderno dalla distorsione della parola araba Ib al Jauzah, ma nella sua più antica forma pre-aramaica era composta dalle parole Beth, casa, ed El, Dei, letteralmente la Casa degli Dei.
Sia il nome sanscrito che quello pre-aramaico, per Davenport, sancirono il profondo valore di questa stella.

Nel pantheon delle divinità induiste Ardra/Betelgeuse è presieduta inoltre dal dio Rudra, antico nome di Shiva, la cui immagine fu rappresentata, in posizione Yoga, su alcuni sigilli rinvenuti a Mohenjo Daro e datati al 3000 a.C., cinquemila anni fa. Come abbiamo osservato nel nostro testo, la tradizione vuole che l’AdiYogi Shiva fosse ‘sceso’ sul monte Kailash oltre 40.000 anni fa e da qui, dopo aver meditato per un tempo lunghissimo, avesse impartito i propri insegnamenti ai SaptaRishi, i Sette Saggi.

fonte: http://www.enricobaccarini.com/

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Il mantra ” Om Shanti”, un suono per pacificare l’anima

( tratto dal blog INSEGNAMENTI DI LIBERAZIONE DEL BUDDHISMO TIBETANO)

I saggi che scrissero i Veda  (i più antichi libri sapienziali), dopo aver esaminato la respirazione e il linguaggio, scoprirono che ogni suono, ogni vibrazione  ha un suo specifico effetto sensoriale che, oltre all’udito, coinvolge tutto il corpo.

Il sanscrito è una di quelle lingue come l’aramaico dove le parole sono formate da vibrazioni specifiche; dove il suono e la forma sono la stessa cosa, il suono e la sensazione sono la stessa cosa, il ripetere un suono permette il manifestarsi di quella forma.

Ad esempio  la vibrazione della parola pace è il suono Sh. Pace in sanscrito si dice  infatti Shanti (si pronuncia scianti). Pronunciando queste due parole, pace e shanti, avremo lo stesso effetto culturale ma un diverso effetto sensoriale e vibratorio.

Viene spontaneo per dire a qualcuno di tacere , o per calmare qualcuno che soffre o un bambino piccolo che piange, pronunciare a lungo il suono  sccc  come in sci, proprio per portare calma, pace. Questo è un esempio conosciuto e sperimentato da tutti di come l’effetto vibratorio di una  ripetizione per diversi minuti, con o senza accompagnamento musicale, del suono Scc (shanti)  produca un effetto rilassante sui sensi e il sistema nervoso di chiunque anche di chi non conosce il significato della parola.

Anche in natura l’onda emette lo stesso suono e questa ha la capacità di mettere pace  all’interno di noi stessi, perché  questo suono vibra come il pensiero di pace.

In ebraico antico pace si dice Shalom, in sanscrito Shanti, in aramaico Heshusha, e hanno la stessa radice di: Yeshua, Shiva, Krishna, Krishtos, Sciamano, tutto ciò che porta quiete nella mente ha questo suono.

Il Mantra Om Shanti significa pace nella mente, nella parola e nel corpo; credo che se tutti potessimo essere davvero in pace e portare la pace nelle nostra vite, la nostra energia potrebbe viaggiare così anche verso gli altri , senza parole, diventando  contagiosa . Non abbiamo dunque timore ad usare questo suono, a  mettere in questo suono tutto il nostro amore, la nostra compassione, il nostro desiderio di provare o di sollecitare quiete, il nostro potere di volontà di comunicare pace.

Nel ripetere questo mantra Om Shanti possiamno seguire questa sequenza, (il trattino indica la pausa): Om-Shanti Om- Shanti Shanti Shanti Om- e poi continuate Om-Shanti Om-Shanti Shanti Shanti Om…. Ripetendolo per  qualche  minut0 di seguito.